FOTO KINSHASA



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panorama città


vista panoramica


capitale panorama


lago


un lago a pochi Km da Kinshasa


natura meravigliosa


l'acqua ed il verde....


le piccole cascate


Maluku


le paillottes di Maluku


tramonto


arrivo del temporale


Maluku


veduta del Parlamento


la savana


savana a pochi Km da Kinshasa


campeggio a Zongo


paillottes vicino al fiume


i colori...


un termitaio


scorcio di laghetto


una delle tante ville con piscina


cascate di Zongo


cascate

Certamente la Repubblica Democratica del Congo (o Congo Kinshasa, come viene talvolta, anche se impropriamente chiamato dal nome della sua capitale, per distinguerlo da quel Congo che ha per capitale Brazzaville) è uno dei pochi Paesi africani di cui si parli e si scriva con una certa frequenza anche in Occidente, e probabilmente non tanto perché sia più rilevante di altri (valutazione che sarebbe discutibile, ma che potrebbe avere qualche fondamento), quanto per una serie di aspetti che, tutti, rimandano alla sua storia coloniale. Per quanto sia duro da ammettere, cioè, la percezione comune in Occidente di questo enorme Paese è ancora legata in primo luogo all'avventurosa esplorazione del bacino del fiume Congo, alla discussa figura di Stanley e a quella, parallela e forse più simpatica, di Savorgnan di Brazzà, all'aspra contesa diplomatica tra Francia e Gran Bretagna. Ma anche allo sfruttamento impietoso delle sue risorse, a cominciare da quelle umane, dai primi tempi della tratta degli schiavi fino al nostro secolo, per continuare con l'avorio, il legname, e poi il rame, i diamanti e i mille altri minerali utili che fecero definire questa terra "uno scandalo geologico" per la sfacciata ricchezza del sottosuolo.

Non basta: questo è il Paese del Cuore di tenebra di Conrad, per limitarsi ad un solo esempio, notissimo e ancora di recente fonte di ispirazione cinematografica nel tratteggiare il drammatico confronto tra culture e psicologie completamente differenti: e così è diventato quasi, per un Occidentale, la quintessenza dell'Africa, con i suoi misteri, le sue malattie, la sua alterità incomprensibile, teatro di storie allucinate e di realtà allucinanti. E ancora: è uno dei Paesi dalla "costruzione", sempre in epoca coloniale, più singolare: quando, almeno nelle intenzioni, venne astrattamente ricalcato su un bacino fluviale ancora quasi tutto da scoprire, come per disegnare un territorio "perfettamente" definito dalla geografia dei luoghi, secondo le teorie in voga alla fine del XIX secolo. Insieme, lo Stato Libero del Congo (presto Congo Belga) fu anche l'ultimo esempio di colonizzazione "privata", dove poco più di cent'anni fa un'iniziativa incredibilmente audace e fortunata consentì al sovrano di uno Stato europeo, piccolo e poco rilevante nello scacchiere europeo, di promuovere privatamente la costituzione di una sorta di società per azioni, ritagliandosi un possedimento quasi ottanta volte più esteso della madrepatria, straordinariamente più ricco e, senza dubbio possibile, base necessaria della successiva grande prosperità del Belgio. Costante fu la presenza di Europei, dai missionari portoghesi e italiani del Cinquecento e Seicento, agli amministratori (un po' rappresentanti ufficiali, un po' mercenari) che ressero lo Stato Libero, ai funzionari coloniali belgi, ai dirigenti delle aziende minerarie.

Il Congo è stato tutto questo, certamente, e anche l'immensa foresta, la ricchezza di animali selvaggi, una rete idrografica ricchissima e fitta a gravitare sul possente fiume, le centinaia di popolazioni, culture e lingue diverse fra loro, e poi la dura guerra di liberazione, il conflitto civile dei primi anni Sessanta, il tentativo di secessione del Katanga e l'intromissione, ancora una volta, delle potenze europee, l'attentato al segretario dell'ONU Dag Hammarskjöld, i traffici di armi e di diamanti... Fino ad arrivare ai nostri anni, al recente sconvolgimento che è parso rimettere in discussione tutto l'assetto regionale, interno ed esterno al Congo, e riaprire una possibilità di sviluppo per questo enorme Paese, troppo ricco per vivere in pace, troppo povero per conquistarsi una duratura serenità. Pochi altri Paesi africani, insomma, riescono con altrettanta ricchezza di motivi a generare una propria immagine ­ più o meno corretta che sia. Ma esattamente come quasi tutti gli altri Paesi africani, anche la Repubblica oggi Democratica del Congo si trova a vivere, pressoché ignorata, la stessa lunga sequela di gravissimi problemi sociali ed economici: più o meno tutti, del resto, ereditati dalla singolare storia del Paese. Problema di certo preminente e tipicamente geografico è quello della coerenza territoriale, scarsissima, dello Stato, circostanza che colpisce tanto più in quanto ­ lo si è ricordato ­ il Congo si modella in larga misura su un unico bacino fluviale: ma all'unità idrografica non fa riscontro nessun'altra unità. Certamente non quella antropica, che costituisce forse il dato più esplosivo della situazione del Paese, diviso fra popolazioni (quelle occidentali e, in parte, sud-orientali) precocemente investite da forme di modernizzazione e di coinvolgimento negli scambi con il resto del mondo, e quelle dell'interno, assolutamente tagliate fuori, ancora oggi, da condizioni accettabili di accesso ai beni e ai servizi che caratterizzano i generi di vita attuali.

La stessa suddivisione etnica è poi alla base dell'instabilità politica del Paese, la cui gestione si trova ad oscillare fra tentativi di equa rappresentanza delle varie genti del Paese e soluzioni "forti" che rischiano di privilegiare una sola o poche etnie rispetto alle altre. L'unità idrografica, messa in valore in maniera del tutto insufficiente, non aiuta nemmeno a rendere omogenea sul piano infrastrutturale l'enorme estensione del territorio: mancano le comunicazioni o, per meglio dire, le poche esistenti privilegiano alcune regioni e collegano alcune città, lasciando ancora una volta al margine la maggior parte dello spazio e delle popolazioni del Paese. Agli abitanti della "foresta" (o della brousse, come spesso viene definita localmente) restano ben poche alternative: continuare a vivere più o meno come tradizione vorrebbe, ma in condizioni di contesto assai mutate, su terre marginali, nella necessità di inserirsi in circuiti commerciali di cui ignorano le condizioni e il funzionamento, pressati da norme e da comportamenti sui quali quasi non hanno voce in capitolo; oppure riversarsi nelle città, Kinshasa in testa, che si gonfiano di quartieri etnici informali (le cités) dalla popolazione incerta e fluttuante (da tempo nessuno sa quanti siano gli abitanti effettivi della capitale, neanche nei periodi di calma politica), tutta dedita ad attività interstiziali e inevitabilmente illegali, afflitta da condizioni igieniche e sanitarie deplorevoli e da difficoltà gravissime di approvvigionamento, percorsa da scoppi di rivalità interetniche o semplicemente da sommosse figlie della miseria. Sono i problemi ­ insieme con molti altri ­ tipici dei Paesi dell'Africa nera; esasperati, in un Paese di queste dimensioni, dai lasciti del passato e dagli interessi dell'oggi: interessi, del resto, di molta parte del mondo sviluppato, cioè di quello che ha bisogno del rame, del cobalto, dello zinco, del germanio, del tungsteno, anche se non sembra disposto a pagare, per tutto questo, che un prezzo sempre più basso. E anche questo è un problema comune a tutti i Paesi africani e del Terzo Mondo, meno che per quelli più profondamente coinvolti in dinamiche geopolitiche più grandi, e che hanno pagato questo coinvolgimento con uno stravolgimento definitivo delle proprie particolarità, guadagnandone, però, anche in possibilità di crescita almeno sul piano del benessere materiale.

La situazione della Repubblica Democratica del Congo è talmente drammatica che quasi non rimane che augurarsi che anch'essa si veda assegnare da qualcuno un'importanza geopolitica che la trascini fuori a forza da una crisi che dura, si potrebbe dire, da sempre.

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